STHAI 2018

Federica Xotti
Travel Blogger

STHAI

2016

Occhi sgranati, sorriso stampato e tanta voglia di partire. Reflex sempre al collo, smartphone e tanta passione per il mondo dei viaggi

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IL RACCONTO

Fa caldo.
È dicembre ma la prima cosa che m’assale, una volta atterrata all’aeroporto di Phuket è il caldo, quello umido e intenso della costa thailandese.
Quello che è stato il leitmotiv dei miei primi 10 giorni nella Terra del Sorriso, tra l’accogliente litorale di Krabi, con la sua sabbia bianca e i localini sulla spiaggia e la più modaiola e affollata Koh Phuket, che di sera si accende delle insegne luminose di bar, ristoranti e bancarelle che affollano le vie del centro di Kata Beach.
A colpirmi della Thailandia è da subito la sua natura esplosiva, di un verde smeraldo talmente acceso da risultare persino troppo saturo per gli scatti della mia macchina fotografica.
Gli alti speroni rocciosi, che sbucano imponenti dal mare delle Andamane, faticano a rientrare nelle inquadrature e la vegetazione che le ricopre riesce a brillare e impressionarmi nonostante il cielo nuvoloso che accompagna l’inizio del mio soggiorno balneare.
Relax e tintarella ma non solo!
Nitidi i ricordi dell’escursione in barca alle isole PhiPhi, che scopro essere ben sei e non soltanto una come di norma si crede.
Acqua turchese, baie nascoste, insenature, fino alla celeberrima Maya Bay, stracolma di turisti…tutti tranne il mitico Leo Di Caprio, che lì girò il film The Beach: peccato!
A Phuket lo spirito d’avventura raggiunge l’apice al momento di salire a bordo di un autobus sgangherato che per pochissimi bath mi porta sana e salva a Phuket Town, dove scopro una città squisitamente coloniale, con file di edifici arcobaleno, eredità di un antico passato di dominazione portoghese.
Ci sono poi i coloratissimi murales, i templi avvolti dall’incenso ma anche deliziosi baretti in cui godersi uno smoothie alla frutta con la promessa di rete Wi-Fi ad alta velocità.
Giusto il tempo di abbrustolirsi un po’ al sole che già si vola a Bangkok, la grande, la magica, quella che mi ha colpito e stravolto: la capitale.
Se dovessi descriverla con una parola soltanto la definirei…spicy! Pungente e speziata sulla tavola, nei piatti che profumano di curry e incendiano la bocca ma piccante anche per le strade, quelle a luci rosse del quartiere di Patpong o le ancor più caotiche vie della China Town, dove arrivo a bordo di un folle e velocissimo tuktuk locale.
Ma la Bangkok che rimarrà per sempre impressa nei miei ricordi migliori è quella avvolta dalla notte che cala piano piano, che come un velo scuro ne abbraccia i grattacieli puntinandone le sagome di migliaia di lucine colorate. Una metropoli che rimane ugualmente viva e attiva e che vedo brulicare ai miei piedi, dall’alto dello skybar del Lebua, per sentirmi un po’ protagonista di Una notte da Leoni.
L’ultima settimana di viaggio la stanchezza si fa sentire ma la sveglia suona sempre più presto e i chilometri da macinare sembrano quasi moltiplicarsi tappa dopo tappa.
A partire da Ayutthaya, l’antica capitale, si arriva addirittura al confine con la Birmania, in un Tour del Nord pensato e studiato per chi è ancora capace di emozionarsi di fronte a paesaggi mozzafiato, visi sorridenti e capolavori d’arte antica.
Visito Sukhothai, con le sue rovine immerse in un enorme e curatissimo parco tra stagni e ninfee rosa shocking, l’affascinante Chiang Mai e Chiang Rai, che mi lascia senza parole di fronte al tempio più bianco e stravagante che si possa immaginare.
I mercati si susseguono, i colori delle spezie, le tinte dei tessuti e poi c’è il buddhismo, onnipresente e profondamente radicato nella cultura e nello stile di vita.
Imparo ad apprezzarne l’intimità e il misticismo, ne rispetto le abitudini e mi lascio cullare dalle nenie ipnotiche dei monaci che guidano la preghiera.
Fotografo, catturo, ammiro, registro e custodisco.
La Thailandia mi bombarda i sensi, colpisce il cuore e straborda dalla memoria dei miei dispositivi.
L’ho vissuta intensamente, concretamente e persino ora, che sono seduta al tavolo di casa mia, la sento scorrermi nelle vene sussurrandomi dolcemente “Sawadika”.

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